Giorni giapponesi
Non pensavo che un giorno avrei ringraziato una zanzara. Eppure l’altra notte, svegliato appunto dal fastidioso insetto, con luce accesa e occhiali per combattere finalmente ad armi pari e spiaccicarlo sul muro a dovere, guardando verso l’alto come un addetto all’antiaerea, m’è capitato di notare sullo scaffale più alto un libro di cui non ricordavo il possesso, Giorni giapponesi appunto. Stava lì accanto alla guida del Giappone, e come quella era un regalo arrivato qualche anno fa, quando l’attrazione per il Paese del Sol Levante era parallela a quella per Kanako, una delle sue figlie.
Incuriosito, ne ho letto le prime pagine nonostante il sonno, perchè non mi capacitavo di aver dimenticato un libro che tengo in camera. Poi ho capito: non l’avevo dimenticato in sè, ne avevo semmai dimenticato la forma, avendolo divorato in fretta e furia, bramoso di saperne di più da parte di una che il Giappone l’aveva vissuto. Avevo interiorizzato i contenuti invece, digeriti presto e bene nonostante la delusione di scoprire come davvero per noi sia difficile vivere in quel Paese. L’autrice, moglie del più famoso TizianoTerzanigiornalistascrittore, l’aveva ben scritto, che la vita in Giappone (almeno qualche anno fa, almeno in una grande città) è abbastanza una merda.
Perchè diciamolo, da turista tutto bello, ma poi vedere sta gente che ti crolla svenuta dal sonno in ogni momento e luogo ti fa pensare che proprio in forma non devono stare. E poi dio mio, da uomo, doversi mettere tutti i giorni sto cacchio di completo scuro con camicia bianca, che in pratica è la tua divisa che dice Impiegato (o Sararyman, tipo Superman ma senza colori accesi), mette angoscia. Sempre in divisa, dalla scuola all’età adulta. Sempre integrati, anche quando si fa parte di gruppi che dovrebbero essere ‘alternativi’. Sempre uguali, in fondo, come dice l’amico di Hiro in Heroes (cito a memoria): “Perchè proprio tu vuoi essere diverso dagli altri? Noi siamo tutti uguali: siamo giapponesi”. Che Heroes sia una serie americana conta poco, il principio è quello: la disincentivazione dell’egocentrismo fa parte della cultura giapponese, ne è una delle grandi forze (sarebbe impossibile la civilissima convivenza e la capacità di convergere verso un obbiettivo comune) e insieme una grande debolezza. Il numero di suicidi (30.000 nel 2004, per dire) è solo la più evidente delle conseguenze.
Devo rileggermelo, questo libro, per cercare di capire se qualcosa è cambiato dagli anni dei Terzani in Giappone…
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Se vedete in giro qualcuno che indossa una mascherina, non sta giocando all’Allegro chirurgo, bensì probabilmente è ammalato di raffreddore e molto cortesemente non vuole contagiare gli altri. (oppure è ipocondriaco e ha paura di ammalarsi lui, ma credo siano una minoranza)















